Confisca dei beni obbligatoria nei reati tributari


13 SETT 2018 È obbligatoria, in caso di reato per emissione e rilascio di fatture per operazioni inesistenti, la confisca dei beni che hanno costituito il profitto o il prezzo del reato (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. III pen. – Sentenza 11 settembre 2018, n. 40323).

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, il Tribunale di Macerata ha condannato il legale rappresentante di una società del reato di cui all’art. 8 d. lgs. 74/2000 per aver emesso e rilasciato fatture per operazioni inesistenti al fine di consentire l’evasione delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto. Avverso il suddetto provvedimento il Procuratore Generale presso la Corte di appello di Ancona ha proposto ricorso per cassazione, articolando un unico motivo, con il quale lamenta la mancata disposizione della confisca per i beni costituenti il profitto del reato. Richiede pertanto l’annullamento della sentenza impugnata, non avendo il giudice disposto la confisca, eventualmente nella forma per equivalente, dei beni costituenti il profitto del reato.
Il ricorso per la Corte di cassazione deve ritenersi fondato.
Nella sentenza impugnata il giudice di merito ha applicato, su concorde richiesta delle parti, la pena finale di otto mesi di reclusione dichiarando l’imputato responsabile del reato di cui all’art. 8 decreto legislativo 74/2000 per avere emesso una pluralità di fatture per operazioni inesistenti al fine di consentire l’evasione dell’imposta sui redditi o sul valore aggiunto, ma nulla ha disposto in ordine alla confisca dell’eventuale prezzo o profitto del reato, sebbene l’applicazione della suddetta misura di sicurezza sia prevista come obbligatoria.
Invero, l’art. 12-bis, d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, che ha sostituito la analoga disposizione di cui all’art. 1, comma 143, legge 24 dicembre 2007, n. 244 dispone che nel caso di condanna per uno dei reati previsti dallo stesso decreto è sempre ordinata la confisca dei beni, salvo che appartengano a persona estranea al delitto, che ne costituiscono il profitto od il prezzo (confisca diretta) ovvero, quando essa non è possibile, dei beni di cui il reo ha la disponibilità per un valore corrispondente (confisca per equivalente). Misura questa che deve essere pertanto obbligatoriamente disposta, rispondendo alla ratio di privare il reo di un qualunque beneficio economico derivante dall’attività criminosa, anche di fronte all’impossibilità di aggredire l’oggetto principale, nella convinzione della capacità dissuasiva e disincentivante di tale strumento, che assume “i tratti distintivi di una vera e propria sanzione”, anche quando non sia stata preceduta in fase cautelare dal sequestro preventivo dei beni medesimi.
Sebbene non possa essere disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, sui beni dell’emittente fatture per operazioni inesistenti per il valore corrispondente al profitto conseguito dall’utilizzatore delle fatture medesime, in quanto il regime derogatorio previsto dall’art. 9 D.Lgs. n. 74 del 2000 – escludendo la configurabilità del concorso reciproco tra chi emette le fatture per operazioni inesistenti e chi se ne avvale – impedisce l’applicazione in questo caso del principio solidaristico, valido nei soli casi di illecito plurisoggettivo, ciò non toglie che la suddetta misura debba essere applicata sul prezzo o profitto del delitto, da identificarsi nell’utilità economica derivante dalla commissione del reato.
E’ ben vero che solo l’utilizzatore delle fatture relative ad operazioni inesistenti ottiene automaticamente un profitto pari al risparmio di imposta che consegue con l’inserimento nella dichiarazione dei redditi o sul valore aggiunto delle fatture per operazioni inesistenti realizzando l’accrescimento, per l’appunto fittizio, dei costi, e che altrettanto non avviene per l’emittente che, realizzando invece una divergenza tra la realtà commerciale e l’espressione documentale della stessa, non acquisisce con l’emissione della falsa fattura alcun vantaggio fiscale: ma non per questo può omettersi di considerare che il reato di cui all’art. 8 d. Igs.74/2000, proprio perché finalizzato a consentire a terzi l’evasione delle imposte sui redditi o sul valore aggiunto, implica, di norma, l’incameramento da parte del suo autore di un compenso, quand’anche inferiore al profitto, ovverosia al risparmio di imposta, conseguito dall’utilizzatore delle fatture ideologicamente false, corrispondente al prezzo del reato medesimo.
Poiché nella specie nulla è stato disposto né argomentato dal giudice di merito in ordine alla confisca obbligatoriamente prevista, né sono state evidenziate le ragioni che imponessero di escludere l’applicazione della misura ablatoria, deve disporsi l’annullamento della sentenza impugnata limitatamente a tale punto, con conseguente rinvio al Tribunale di Macerata.