IRAP: è dovuta se la quota al collaboratore familiare è considerevole

L’attribuzione al collaboratore di una quota considerevole di partecipazione al reddito dell’impresa familiare rappresenta un elemento indicativo della sussistenza del presupposto di autonoma organizzazione, da cui discende l’assoggettamento ad IRAP dell’attività di promotore finanziario (Corte di Cassazione – Ordinanza n. 22469 del 2019)

IL CASO


Il contribuente, titolare dell’impresa familiare, che svolge l’attività di promotore finanziario, attribuendo alla moglie la quota di partecipazione al reddito d’impresa nella misura massima consentita (49 per cento), ha presentato istanza di rimborso dell’IRAP pagata, deducendo di averne diritto per assenza del presupposto di autonoma organizzazione.
L’Amministrazione finanziaria ho opposto il silenzio rifiuto sull’istanza di rimborso valorizzando la collaborazione della moglie quale elemento integrante l’autonoma organizzazione, da cui l’assoggettamento ad imposta.
I giudici tributari, invece, hanno riconosciuto il diritto al rimborso, osservando che, ai fini della sussistenza del presupposto impositivo occorre la concreta dimostrazione che l’apporto del collaboratore familiare abbia effettivamente incrementato il fatturato aziendale; nella fattispecie, in difetto di specifica prova contraria, la particolarità dell’attività di promotore finanziario relega la collaborazione della moglie – priva di quella specifica qualifica ma semplicemente legata al contribuente in un’impresa familiare – ad un ambito meramente esecutivo, quale quello di segretaria o affine.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Nel riformare la decisione dei giudici tributari, con il rigetto della domanda di rimborso, la Corte di Cassazione ha osservato, preliminarmente, che in tema di IRAP, l’attività svolta dal promotore finanziario non è qualificabile automaticamente come attività di impresa, di per sé assoggettata ad imposta, ma richiede una valutazione complessiva, da parte del giudice di merito, degli elementi di fatto offerti dalla fattispecie concreta, poiché essa può essere svolta in qualità di dipendente, agente o mandatario e, quindi, può assumere connotati variabili tra:
– la figura del lavoro subordinato dipendente, esente da imposta;
– quella del lavoro autonomo, assoggettabile ad imposta solo in presenza di un’autonoma organizzazione;
– quella dell’attività d’impresa, pacificamente sottoposta ad imposizione.
Considerato che l’IRAP afferisce non al reddito o al patrimonio in sé, ma allo svolgimento di un’attività autonomamente organizzata per la produzione di beni e servizi, ne è soggetto passivo pure l’imprenditore familiare, ma non anche i familiari collaboratori, atteso che la collaborazione dei partecipanti integra quel quid pluris dotato di attitudine a produrre una ricchezza ulteriore (o valore aggiunto) rispetto a quella conseguibile con il solo apporto lavorativo personale del titolare ed è, quindi, sintomatica del relativo presupposto impositivo.
In particolare, costituiscono elementi indicativi della sussistenza del presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione l’effettivo e continuativo apporto fornito all’impresa familiare dalla moglie del contribuente e l’attribuzione di un’elevata quota di partecipazione al reddito dell’impresa familiare.
Al contrario, deve ritenersi priva di pregio la presunzione che la collaborazione del partecipante all’impresa familiare si collochi in un ambito meramente esecutivo in considerazione del mancato possesso della qualifica prescritta dalla legge per lo svolgimento dell’attività.