Omessa presentazione della dichiarazione: sanzione


Per la Cassazione l’omessa dichiarazione può essere commessa solo da chi è obbligato alla presentazione, cioè tutti coloro che possiedono redditi e coloro che sono tenuti alla tenuta delle scritture contabili, mentre in relazione all’Iva il soggetto obbligato, a presentare la relativa dichiarazione annuale è chi ha effettuato cessione di beni o prestazioni di servizi compiute nel territorio dello Stato nell’esercizio di imprese, arti o professioni. (CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 11 ottobre 2017, n. 23821).

L’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso avverso la sentenza della Ctr della Lombardia con la quale è stato respinto l’appello principale dell’Ufficio, e quello incidentale del contribuente, in controversia concernente tre avvisi di accertamento per recupero Iva, Irpef ed Irap, oltre sanzioni e interessi, relativamente agli anni d’imposta 2000, 2001 e 2002, emessi nei confronti del predetto contribuente, al quale era stata contestata l’omessa dichiarazione dei redditi d’impresa a fronte della emissione di fatture per prestazioni inesistenti nei confronti di società di cui rivestiva cariche sociali, con trattenimento, a titolo di compenso, dell’importo corrispondente all’Iva esposta nei predetti documenti, e che per quanto qui interessa, il giudice a quo, ritenute legittime le riprese a tassazione contenute negli atti di accertamento, ha affermato, in ordine alla questione relativa alla legittimità dell’applicazione delle sanzioni ex D.Lgs. n. 471 del 1997, che il contribuente, in quanto dipendente di una società, aveva provveduto “alla regolare presentazione del C.U.D., omettendo peraltro l’indicazione dei cespiti emersi dal successivo accertamento”, per cui ricorreva la fattispecie della infedele dichiarazione annuale, come già ritenuto dal giudice di primo grado, e non quella più grave della omessa presentazione della dichiarazione.
L’Agenzia delle entrate deduce che la C.T.R. ha erroneamente ritenuto infedele la dichiarazione fiscale del contribuente, dipendente di una società, consistita nella mera presentazione del C.U.D., laddove il D.P.R. n. 600 del 1973 impone l’obbligo di presentazione della dichiarazione dei redditi (unica a partire dal 1998) in capo a tutti i soggetti obbligati alla tenuta delle scritture contabili.
Per la Cassazione il motivo d’impugnazione è fondato in quanto l’omessa dichiarazione può essere commessa solo da chi è obbligato alla presentazione, e per individuare il soggetto obbligato è necessario fare riferimento sia all’art. 1, D.P.R. n. 600 del 1973, per il quale sono obbligati alla presentazione della dichiarazione tutti coloro che possiedono redditi (anche se non consegue alcun debito d’imposta), e coloro che sono tenuti alla tenuta delle scritture contabili, sia al D.P.R. n. 322 del 1998, che fissa termini e modalità di presentazione delle dichiarazioni, mentre in relazione all’Iva il soggetto obbligato, ex art. 1, D.P.R. n. 633 del 1972, a presentare la relativa dichiarazione annuale, con le modalità stabilite dagli artt. 3 ed 8, D.P.R. n. 322 del 1998, è chi ha effettuato cessione di beni o prestazioni di servizi compiute nel territorio dello Stato nell’esercizio di imprese, arti o professioni.
Nel caso di specie, la circostanza che il contribuente fosse dipendente di una società, e che la datrice di lavoro avesse adempiuto agli obblighi di certificazione quale sostituto d’imposta, mediante il rilascio del C.U.D. secondo il modello ministeriale, non esclude affatto il mancato adempimento dell’autonoma e distinta obbligazione della dichiarazione gravante sul contribuente, responsabile personalmente della violazione, in quanto soggetto fruitore di proventi i quali, ancorché di natura illecita, costituiscono pur sempre redditi soggetti a tassazione, dichiarazione che deve fornire la “indicazione degli elementi attivi e passivi necessari per la determinazione degli imponibili secondo le norme che disciplinano le imposte stesse”, non ricorrendo alcun caso di esonero dall’obbligo della dichiarazione.
In conclusione, per la Suprema Corte il ricorso va accolto, la sentenza impugnata cassata, e non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito con il rigetto dei riuniti ricorsi introduttivi del contribuente, in quanto infondati anche con riferimento all’esaminato profilo delle sanzioni irrogate dall’Agenzia delle entrate.