Plusvalenza accertata dalla definizione agevolata dell’acquirente

Con la Sentenza n. 22728 del 2020, la Corte di Cassazione ha affermato l’illegittimità dell’accertamento con il quale il Fisco determina una plusvalenza tassabile non dichiarata, assumendo quale corrispettivo di vendita ai fini IRPEF del venditore, il valore attribuito a seguito di definizione agevolata effettuata dall’acquirente in relazione al procedimento di rettifica dell’imposta di registro avviato nei suoi confronti.

La controversia ha origine dall’avviso di accertamento, con il quale è stata contestata la mancata indicazione nella dichiarazione del redditi della plusvalenza conseguente alla cessione di un immobile, determinata assumendo quale corrispettivo della cessione l’importo della definizione agevolata relativa all’imposta di registro, effettuata dal solo acquirente, senza contraddittorio con il venditore, in relazione al procedimento di rettifica avviato nei soli confronti dell’acquirente.
I giudici tributari hanno ritenuto corretta, nei confronti del venditore, la ripresa a tassazione IRPEF della plusvalenza derivante dalla cessione dell’immobile, effettuata in base al prezzo di mercato risultante dalla definizione operata dall’acquirente ai fini dell’imposta di registro, affermando che spettasse al venditore dimostrare di avere venduto a un prezzo inferiore.
La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari, decidendo nel merito in favore del contribuente.

Il contribuente ha dedotto una violazione delle norme in materia di rettifica delle dichiarazioni reddituali delle persone fisiche, per aver attribuito rilevanza, nella determinazione del corrispettivo di vendita ai fini IRPEF dell’alienante, alla definizione agevolata relativa all’imposta di registro, effettuata dal solo acquirente, senza contraddittorio con l’altra parte del contratto, e comunque riferita al valore di mercato del bene, e non al prezzo effettivamente conseguito, rilevante per l’imposta di registro ma non ai fini IRPEF.
Riguardo agli accertamenti in rettifica delle dichiarazioni reddituali delle persone fisiche, la Corte di Cassazione ha osservato che secondo la normativa (art. 38, co. 3, DPR n. 600 del 1973), l’incompletezza, la falsità e l’inesattezza dei dati indicati nella dichiarazione, …, possono essere desunte dalla dichiarazione stessa, dal confronto con le dichiarazioni relative ad anni precedenti e dai dati e dalle notizie in possesso dell’amministrazione anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti.
Con specifico riferimento all’accertamento di plusvalenze tassabili, inoltre, è stato disposto espressamente (art. 5, co. 3, D.Lgs. n. 147 del 2015) che per le cessioni di immobili e di aziende nonché per la costituzione e il trasferimento di diritti reali sugli stessi, l’esistenza di un maggior corrispettivo non è presumibile soltanto sulla base del valore anche se dichiarato, accertato o definito ai fini dell’imposta di registro, ovvero delle imposte ipotecaria e catastale.
In altri termini, tale previsione esclude la possibilità per l’Amministrazione di procedere all’accertamento in via induttiva della plusvalenza patrimoniale, realizzata a seguito della cessione di immobili o di aziende, solo sulla base del valore dichiarato, accertato o definito ai fini dell’imposta di registro, dovendo l’Ufficio individuare ulteriori indizi, gravi, precisi e concordanti, che supportino tale accertamento. Per di più, detta preclusione deve ritenersi applicabile con effetto retroattivo per tutti i casi non definitivi.
Ciò trova giustificazione, precisa la Corte Suprema, nel fatto che la base imponibile ai fini IRPEF è data – non già dal valore del bene ceduto, come avviene per l’imposta di registro, ma – dalla differenza tra corrispettivo percepito nel periodo d’imposta e prezzo di cessione, aumentato di ogni altro costo inerente al bene medesimo.